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LAZZO, TAL SAPOR, O, CANTO
Cinto dal
paesaggio,
sorrisi, languido,
del sole il raggio
inspirai avido.
Ero solo, del monte
su la vetta,
batteva vento su la fronte
che tal disio rispetta.
Cinto da l’amore,
sorrisi, ingordo,
reso cieco dal chiarore
e dal fragore sordo.
Ero in compagnia, molta,
dentro ad un bar, assai gremito,
e l’allegria la vita aveva colta,
sperdendosi famelica nel mito.
Cinto da l’amor veemente
che sempre muto desirai,
il corvo mi volò rasente
e disse: <<Un giorno capirai>>.
Ritorto a tal schiaffo emotivo
(da un corvo, deh!)
il corvo volar via risogguardai,
al bigio e pio pensiero pervenivo
(la rosa non nasce per me)
e finalmente udivo
la voce del destino assai,
ch’in riva, mai percepivo.
Capzioso, fallace e scrutator,
ridente e da la lingua biforcuta,
rasente canzoniere e tristo attor,
riflesso de la vita astuta
e del cieco dispregio, arso motor,
gelido sguardo travisai:
-Ch’io
mai ti diedi tanto ardor?
-Latente amore, potevi, seppure mai.
Seppure mai? Tacito avanzo
ne la notte
che a fiorir comincia,
e un ubriaco delirante scanzo
da la mia strada, che il destino lincia.
Avvinto e sperso le stelle a rimirare,
al fruscio del vento, voltarmi
e la donna mia, cautamente riguardare…
La donna mia, tal presenza
trasparente, che vien sempre a trovarmi,
la notte a ridacchiare, a sospirare,
a provocar, vivace un uomo solo,
un uom che Dio ha abbandonato,
no corvo, non io volo,
l’ali il diavol m’ha dilaniato.
Si, m’ha lacerato il debil petto,
il frale cor m’ha frantumato,
e de la donna permanmi quel rossetto
sul tristo volto, che morte m’ha svisato.
Ohi disgraziato! Ohi sfigurato!
Tra folte folle
di fanciulle fresche,
che ad amare m’ero dilettato,
ch’io esser predator, e loro esche,
mi son rivolto a l’ermo monte canzonato,
e il sole nuovamente dal fosco
ciel desunsi, ridendo, pazzo!
de le disgrazie mie, da vero tosco,
e ricercai del core ‘l sapor lazzo. |
A Stefania
Su l’aprico colle i’ vidi una vecchietta
che tra l’arbuscello che sé dondolava
e d’erba una plaga ch’ora sé chinava
a quel fil di vento dava retta
ed in istretta maglia assai costretta,
con un fil di crine che le andava
in sul picciol viso, perdonava
chi dinnanzi ad ella aveva fretta,
e al destin di chi, vi si fermava, bigio
‘l ciel ne l’alto ed ora dardo,
mite ella ansimava e poi diceva:
<<Or tu, giovin baldo e ligio,
ch’or mi ti dimostri strano e tardo:
dammi un bacio, deh!>>, poi sorrideva.
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