Commenti alle opere
divinafollia 2007

 
 
 

 

 

 

 

 

Daniela Procida 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3

 

Romantica

Fra le pareti coprenti della notte
sempre m'accingo a non far nulla
a starmene accosciata
sull'incorporeo mio doppio 
che rimane desto quando
tutti gli altri non possono vedermi.
Un attimo intontita 
in parte delusa dal sole
ho calma apparente,
un ribollio soltanto
affiorato pigro dall'anima 
tradisce ogni mia fibra,
compiace schiena e lombi
un lento sensuale turbamento.
So venire così il suo pensiero
scoccando pieno e rotondo
malizioso talvolta
come di Selene il raggio
nell'ore brinate degli amanti.
Fisso allora il tacito riflesso
e su quello m'incammino da sempre
per volargli incontro.
 

 

 

 

 


 

 2

 

 

Almeno

Quando
un cenno t'aspetti
anche solo
d'impercettibile luce,
vorresti ti destasse
la speranza
d'esserne sfiorata,
di veder mutato caldo
il castano dei capelli
al guizzo d'un gesto
che ti spoglia.
 
O al tocco d'una mano
che ti confonda, 
ti perda ormai su un corpo
dove deporre la mente 
al tremulo risveglio.  
 
Dopo l'attesa 
il compiersi d'un attimo
almeno.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

1

 

 

Fammi centro


Hai un attimo appena 
un micro momento
per puntare al bersaglio.
 
Non sosto che un istante
se mi vuoi
devi battermi sul tempo,
che io non ne abbia mai
per indagarmi, includermi.
 
Non temere di far centro,
il primo
è invito a ri-mirare
riproduzione a raffica
di concesse mie fragilità.
 
Cerchi d'anima concentrica
in eco di donna
vedrai elevarsi a nuova potenza 
in esplicita tenera promessa
di lasciarti lanciare le frecce.
 
Rubarmi a tenebrosi tiratori
dovrai,
glassarmi della tua presenza
e piantonare lontano il freddo
quando oscillo al mio vento.
 
Propaggine conica d'anelli 
sarò
come sciolto tiro a segno,
circolandoti avrò il tuo respiro
immerso nello sparso viaggiarti.
 
Non svuoterò le tue mani,
le mie
ti renderanno i dardi, giuro, 
che m'avranno raggiunta,
faretra si faranno per tenerli tutti.
 
Tese ad arco verso te le braccia
ti insegnerò chi siamo,
nel tuo capace abbraccio 
sorride ora la storia di noi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Amore o...


A volte di notte t'accosti
adagio per prendermi la mano
ed io la cedo lentamente
come incerta se far bene,
ma sono lì ed allora...
per mio totale abbandono
incapacità a proteggermi
diviene mezzo il corpo,
strumento tuo
di percepibile materia,
reale sensazione che sia
il pensiero a crearti la vita.

Ed ogni volta è tuo di più
quel confuso trattenersi
d'immagini nella mente,
quel farmi interamente parte
da mutarci in singolare
insolubile dualità,
spazio astratto
senza tempo né confini
dove sentirne io sempre
il piacere del giogo,
fino a dormire l'agrodolce
nel riposo che m'instilli,
mentre tu sorridi o meno
e così mi hai.

Chissà per chi dei due
o cosa dentro ed oltre noi
siamo nell'ora qualunque
ed in ogni anonimo buio
a prenderci la mano.
Amore o solo Sogno.
Ma sono lì ed allora vengo.
 

 

 

 

 


 

Profondità

Solcano le parole
l’inesplorate profondità
di chi vede lontano,

lontano.

Le parole condiscono

l’intimo stato dell’uomo
che mira lontano,

lontano.

E lontano
s’aprono varchi di luci fruscianti,
lontano
le parole sbrecciano il petto,

lontano,


lontano nell’oltre
che ad oltranza ritorna,
vicino,
nelle profondità dell’essere.

 

 

 

 

 

 

 

Dove non sono


Distendo le rughe dei miei momenti lassi,
non mi trovo e cerco.
Profondità maldestre.

Sbuffo di polvere s\'allontana pigro
e sono nel noce lucido d\'un mobile.
Solo riflesso.

Non mi trovo e cerco...
fra le pieghe d\'una tenda vacua
sbircio quel che avanza di me
e i ruderi di passioni che non mi vollero.

Non mi trovo.

Al giallore di lettere inevase
chiedo che dimora ho scelto.
Cerco...

e irrompo nei raminghi passatempi
che mi negarono al resto,
le dita a sbarrare il disgusto,
solo bozze distorte di me.
Non mi trovo e cerco...

dove non sono... altrove.

 

 

 

 


 Un angolo di te


Un angolo di te
Tentata come fosti d'alterare il passo
il tuo ordinario peregrinare mutasti
in direzione insolita, ispirata
da solitaria via, spoglia di lumi.
Al disopra di tutto l'incuria,
palesava un tragitto evitato, scartato,
a brevi tratti un lastrico calpestato
con l'urgenza di superarlo in fretta
da chi al pari tuo calcava suoli comuni.
Rade umane orme lasciate giacere
adombravano quel cammino incerto
che sembianze aveva più di scomodo
pericoloso viaggio dall'esito dubbio.
A riprova di tanto la tua paura, sincera,
spontanea come quella d'un fanciullo
smarrito nel buio della propria stanza.
Poi, un improvviso disordine,
mentale forse, ove da un riparato
anomalo cantuccio, quasi in abbaglio,
una figura gassosa, aerea, fluttuante,
s'appianava al muro che limitava a dritta,
parca nel corpo ripiegato dai bisogni
con raccolti gli arti a confuso viluppo.
Sgomenta rimanesti, gli occhi sbarrati,
a guardare fissamente la tua coscienza.
 

 

 



 

 

 

 


 

 

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